Io odio Michael Jackson.
Esatto, lo odio.
Perché ogni volta che sento i primi secondi di Billie Jean, sono costretto a fermarmi, qualunque cosa stia facendo, per assecondare quel basso assassino che parte dal cuore e mi attraversa tutto.
Lo odio perché nessuno nella storia ha camminato all’indietro con così tanta autorevolezza, e io al massimo riesco a inciampare in avanti.
Lo odio perché quando ha deciso che Smooth Criminal sarebbe stata una canzone, ha pensato bene di buttarci dentro un ritmo infallibile, una linea vocale aliena, un video da capogiro e pure un colpo di pistola.
Lo odio perché “Annie, are you OK?” me lo chiedo da trent’anni e ancora non lo so.
Lo odio perché ha fatto il moonwalk, sì, ma lo ha fatto su “Motown 25”, davanti al mondo, con una tale grazia che anche il tempo si è fermato.
Lo odio perché quando provo a rifarlo, sembra che sto scivolando su una buccia di banana.
Lo odio perché “Thriller” non è solo un album: è un pianeta.
Un disco che ha venduto più di qualunque altra cosa, anche dell’acqua, e che continua a essere il punto di riferimento, la cima dell’Everest, lo standard impossibile.
Lo odio perché “Beat It” è rock, pop, funk, e quell’assolo di Eddie Van Halen è l’unico motivo per cui i metallari si sono messi a ballare negli anni ’80.
Lo odio perché i videoclip con lui sono diventati film, e poi musical, e poi leggenda.
Lo odio perché Off the Wall è già un capolavoro da solista a 21 anni, e lo ha fatto mentre gli altri ventenni si perdevano nei corridoi dell’università.
Lo odio perché “Don’t Stop ’Til You Get Enough” è scientificamente impossibile da togliere dalla testa una volta ascoltata.
Lo odio perché quando dice “Keep on with the force, don’t stop” sembra che stia parlando proprio con me, e io continuo, senza sapere nemmeno verso cosa.
Lo odio perché Dangerous era il ’91, e già ci faceva sentire nel 2030.
Lo odio perché Black or White è uno schiaffo all’intolleranza che balli mentre ti schiaffeggia.
Lo odio perché nel video cambia faccia a metà delle persone e io cambio solo canale se vedo la pubblicità.
Lo odio perché Who Is It è struggente, elegante, sublime, e ogni volta che la ascolto mi sento improvvisamente lasciato, anche se sono felicemente single.
Lo odio perché Earth Song mi colpisce sempre come una frana, e perché ha avuto il coraggio di urlare al cielo, alla Terra, agli uomini, al disastro, con la voce spezzata e le braccia aperte.
Lo odio perché ha provato a salvarci con la musica, e noi stavamo troppo occupati a scrollare.
Lo odio perché ha fatto HIStory, e quella era anche un’autobiografia. Un processo, un atto di accusa, una dichiarazione di guerra.
Lo odio perché Stranger in Moscow è la solitudine più bella mai messa in musica. E fa male come quando fuori piove davvero e tu non hai l’ombrello.
Lo odio perché This Is It non è mai stato.
Perché ci aveva promesso un ultimo giro, e invece ci ha lasciati con le prove.
Lo odio perché l’ultima volta che ha cantato “Gone Too Soon”, lo stava facendo per un altro, e invece stava scrivendo la sua fine.
Lo odio perché ha lasciato troppe domande, troppi dubbi, troppe luci e troppe ombre.
Perché lo hanno amato e crocifisso allo stesso tempo.
Perché anche quando sbagliava, sapeva di magia.
Lo odio perché era fragile, eppure gigante.
Perché ballava con l’anima e cantava con i piedi.
Perché ha cambiato il modo di concepire uno show, una canzone, un beat.
Lo odio perché anche adesso, se parte “Man in the Mirror”, mi fermo. E rifletto davvero.
Lo odio perché non c’è nessun altro da odiare così.
E perché ogni volta che parte una sua canzone, da qualunque parte del mondo, ci sarà qualcuno che si sentirà vivo.
E io, di nuovo, lo odierò. Con tutto il cuore.
E grazie, Michael.
Fonte anonima







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