Scritto da Davide Vevey.
Tutto ebbe inizio tra i corridoi carichi di fumo e creatività degli studi di Abbey Road. Un giovanissimo Alan Parsons, poco più che adolescente, si ritrovò nel posto giusto al momento giusto: a soli 18 anni muoveva i primi passi come apprendista tecnico mentre i Beatles incidevano i loro ultimi capolavori, Abbey Road e Let It Be.
Non era un musicista da riflettori, ma un ragazzo con un’ossessione per i cursori, i nastri e le infinite possibilità dell’elettronica, capace di assorbire come una spugna i segreti dei più grandi produttori dell’epoca.
La sua vera ascesa avvenne però quando i Pink Floyd decisero di spingersi oltre i confini del suono per quello che sarebbe diventato un pilastro della cultura pop: The Dark Side of the Moon.

In quel contesto, Parsons non fu un semplice esecutore, ma il braccio destro creativo della band dietro la console. Fu lui a trasformare dei banali rintocchi di orologi, registrati in un negozio di antiquariato, e il rumore di monete sonanti in icone musicali, orchestrando un’architettura sonora quadrifonica che ancora oggi è il metro di paragone universale per l’alta fedeltà. Nonostante il successo colossale dell’album, Alan rimase formalmente un dipendente degli studi, un tecnico di lusso che vedeva la sua arte finire nelle tasche altrui senza percepire royalties.
Questa “frustrazione” professionale, mista alla consapevolezza del proprio talento, fu la scintilla definitiva. Nel 1974, l’incontro con Eric Woolfson, un ragioniere con un incredibile pallino per la composizione e la gestione manageriale, cambiò tutto. I due decisero di ribaltare completamente le regole dell’industria discografica: il produttore e l’autore non sarebbero più rimasti nell’ombra, ma sarebbero diventati i veri protagonisti del progetto.
Nacque così Alan Parsons Project, un’entità che non era una band nel senso tradizionale, ma un vero e proprio laboratorio d’avanguardia.
Il concetto era rivoluzionario: Alan e Eric scrivevano il “copione” concettuale di ogni album e poi chiamavano i migliori cantanti e musicisti turnisti in circolazione per interpretare ogni brano, scegliendo la voce più adatta alla melodia come se stessero assegnando le parti agli attori di un film. Questo permetteva loro una libertà creativa totale, slegata dall’immagine di un singolo frontman.
Il risultato fu una serie di dischi che sembravano arrivare direttamente dal futuro. Dal debutto con Tales of Mystery and Imagination, un omaggio sinfonico ai racconti di Edgar Allan Poe, fino al successo planetario di Eye in the Sky, Parsons ha dimostrato che lo studio di registrazione poteva essere uno strumento musicale tanto quanto una chitarra elettrica.
Ha saputo fondere il rock progressivo con un pop elettronico pulitissimo, quasi matematico, ma capace di toccare corde emotive profonde.
Oggi, la sua eredità vive in ogni traccia che cura la perfezione del dettaglio sonoro.
Alan Parsons ha trasformato il mestiere del fonico in quello di un regista della musica, dimostrando che dietro un grande disco non c’è solo un microfono, ma una mente capace di sognare il suono prima ancora di catturarlo.







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