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Jamaica mon amour…

Jamaica mon amour…

Scritto da Max Dellacasa

Partiamo da alcuni dati squisitamente demografici: poco meno di 3.000.000 di abitanti distribuiti su cica 11.000 km quadrati.
Per avere un termine di paragone, si parla di poco più del totale degli abitanti di Roma, su una superficie corrispondente a meno della metà di quella della Sardegna. 

Un isoletta geograficamente poco significativa e decisamente minuscola, almeno rispetto alle sue ben più ingombranti vicine nel Mar dei Caraibi, Cuba e Santo Domingo.
Eppure, nonostante le sue ridotte dimensioni, la Jamaica riveste un ruolo fondamentale nello sviluppo della musica moderna. L’influenza di quanto creato all’interno dei suoi confini è incalcolabile, sterminata e spesso insospettabile.
Approfondire le tortuose vicende che segnano lo nascita, lo sviluppo e la diffusione della musica autoctona giamaicana significa scoprire un mondo sommerso sorprendente, magnetico e affascinante. Una storia che si dirama in ogni direzione possibile, coinvolgendo la politica, la religione, la criminalità organizzata e l’emigrazione di massa, risalendo indietro fino all’epoca coloniale e alla tratta degli schiavi. Lungi da me voler narrare nel dettaglio tutto ciò. Esistono fior di volumi sull’argomento, scritti da luminari davanti alla cui competenza posso solo inchinarmi.

A dispetto della scarsità di mezzi, la Jamaica aveva già da tempo iniziato a sviluppare una sua propria tradizione musicale di tutto rispetto, derivata da un crogiolo di elementi davvero eterogeneo. L’antenato di tutto fu il Mento, un curioso miscuglio di influenze che al calypso, caratteristico delle vicine isole caraibiche (Trinidad e Tobago, soprattutto), affiancava tradizioni africane, eredità ancestrali di generazioni di schiavi. L’argomento si fa davvero interessante verso la fine degli anni ’50, quando il suddetto mento viene imbastardito dal jazz e dal rhythm’n’blues statunitensi, che i jamaicani ascoltavano su piccole radio a transistor proveniente dalle emittenti radio della Florida. 

Sull’isola non esiste ancora un vero e proprio mercato discografico, i giradischi sono un lusso che non tutti si possono permettere.
Ed è qui che entrano in gioco i sound-system, la prima vera innovazione prettamente jamaicana. All’inizio sono minuscoli impianti davvero rudimentali, usati per piccole feste di strada o per attirare con la musica i clienti verso le attività commerciali, specialmente i negozi di liquori, ma nel giro di pochissimo si diffondono, si ingrandiscono e diventano un business di tutto rispetto, radunando anche svariate centinaia di persone alla volta, con tanto di biglietto da pagare per accedere ad aree recintate (i cosiddetti yards (cortili) o dancehall), all’interno delle quali si vendono anche cibo e bevande.


I più celebri e seguiti sound-system appartengono a personaggi pittoreschi, diventati vere e proprie leggende. Su tutti Clement “Coxsone” Dodd, che iniziò proponendo musica dal retro-bottega del negozio dei genitori o Arthur “Duke” Reid, un ex-poliziotto con l’abitudine di indossare regolarmente un cinturone con tanto di fondine e pistole! I dischi suonati provengono quasi esclusivamente dagli States, spediti da conoscenti o acquistati direttamente sul posto grazie ad avventurose trasferte via nave.
La rivalità tra i vari sound-system degenera rapidamente, i titolari mandano emissari a spiare le attività dei rivali (le etichette dei dischi vengono addirittura cancellate per mantenere l’esclusiva) oppure direttamente a causare disordini per disturbare le serate dei concorrenti.


Ci si rende presto conto che i dischi d’importazione, oltre ad essere molto costosi, non bastano più. E qui avviene il vero punto di svolta. Coxsone Dodd, Duke Reid e i loro concorrenti decidono che è ora di iniziare a produrre la musica in proprio.
Usano le poche sale d’incisione già esistenti, come la Federal, ma soprattutto allestiscono dei rudimentali studi di registrazione per conto proprio.
Sull’isola i bravi musicisti non scarseggiano, tutt’altro. I resort turistici destinati alla clientela straniera pullulano di orchestre, i grandi del jazz americano hanno fior di seguaci, ed esiste la Alpha Boy School, una leggendaria istituzione gestita da suore cattoliche che fin dai primi del ‘900 lotta per togliere dalla strada giovani sbandati insegnando loro la disciplina… e la musica!
In men che non si dica Coxsone Dodd si procura le attrezzature necessarie per registrare e fonda la sua etichetta discografica, un nome che è pura e semplice leggenda: Studio One.


Duke Reid lo segue a ruota con la sua Treasure Isle, imitato presto da tutti gli altri. E’ iniziata una nuova era.


I produttori sono dei veri boss, gli aspiranti cantanti/autori affrontano code interminabili sotto il sole cocente per un “provino”.
Se e quando vengono accettati, essi incidono il loro pezzo in fretta e furia con la resident band dell’etichetta, vengono pagati una miseria e tanti saluti. Da quel momento la canzone è di proprietà esclusiva della casa discografica che ne disporrà a suo piacimento, l’autore/interprete non avrà più alcun diritto e soprattutto non vedrà più un soldo. Manco a dirlo, il motore principale dell’economia musicale dell’isola è il devoto ed appassionato pubblico delle dancehall, un pubblico che vuole almeno per un po’ dimenticare la povertà, gli stenti, le difficoltà. Un pubblico che vuole BALLARE.


Le origini del nome sono alquanto dibattute, la paternità è assai contesa, ma quello che conta è che tra la fine degli anni ’50 e l’inizio dei ’60, nasce lo SKA. 

La diffusione è immediata quanto impressionante. Quando nel ’62 la Jamaica festeggia finalmente l’Indipendenza, sull’isola non si ascolta altro. A tutti gli effetti questa è la vera origine di tutto ciò che sarà prodotto in Jamaica da quel momento in poi. Basti dire che nel 1961 viene registrata e pubblicata, per l’etichetta Beverley’s del produttore Leslie Kong, “Judge Not“, il primissimo singolo di un adolescente appena sedicenne, tale ROBERT NESTA MARLEY

Il già citato Coxsone Dodd è anche responsabile per aver assemblato una formazione leggendaria, che tra il ’64 e il ’65 mise a ferro e fuoco l’isola. Nomi immortali come Don Drummond,Tommy McCook, Roland Alphonso, Lester Sterling, Jackie Mittoo, Lloyd Brevett, Lloyd Knibb, assieme ma anche singolarmente, sono vere e proprie colonne portanti della musica jamaicana. Tutti ormai tristemente scomparsi, ma la loro eredità viene portata avanti ancora ai giorni nostri, e il loro nome non scomparirà mai: sono gli SKATALITES

Il passo successivo nell’evoluzione musicale dell’isola avviene poco dopo, nel 1966. Un’estate particolarmente torrida, unita alla voglia di sperimentare nuove strade, porta aria di cambiamento.
I ritmi frenetici dello ska rallentano, le sezioni fiati che fino ad allora dominavano passano in secondo piano o addirittura spariscono, chitarre, tastiere e soprattutto il basso si svincolano dal ruolo prettamente ritmico che rivestivano per diventare i veri protagonisti delle linee melodiche. E’ arrivato il ROCKSTEADY.
Il suo periodo di massimo splendore è breve, dall’estate del ’66 alla primavera del ’68, ma la produzione, in puro stile jamaicano, è massiccia ai limiti dell’incredibile.

Oltre alla qualità musicale davvero sopraffina, il rocksteady è fondamentale per il suo ruolo di apripista: sull’onda del rinnovamento.

In Jamaica sta arrivando il REGGAE.


L’ascoltatore distratto che identifica questo genere con, ad esempio, un pezzo stra-famoso come “No Woman, No Cry“, rimarrebbe alquanto perplesso ascoltando quello che il reggae era all’inizio, quello che viene definito, appunto, “early reggae“.
Per citare un esempio clamoroso, gli stessi Wailers di Bob Marley sono quasi irriconoscibili nelle registrazioni che compongono i due album prodotti dal mitico Lee “Scratch” Perry tra il ’70 e il ’71, precedenti al contratto internazionale con la Island Records di Chris Blackwell e alla fama mondiale che ne derivò.
Gli arrangiamenti sono secchi, molto ritmici, quasi minacciosi. Le tematiche romantiche tipiche del rocksteady sono sparite del tutto, i nuovi brani parlano di sofferenza, di ribellione, delle persecuzioni subite dai fedeli osservanti del culto rastafariano, per i quali il consumo massiccio di marijuana è una pratica mistica legata a filo doppio alla religione.


Da questo momento in poi la diffusione del reggae non avrà più alcuna battuta d’arresto, fino a diventare uno dei generi più ascoltati, seguiti e suonati in tutto il mondo, grazie soprattutto all’enorme successo internazionale proprio di Bob Marley e i suoi Wailers.
Ma non solo! La massiccia comunità caraibica emigrata in Gran Bretagna ha portato con sé lo ska, il rocksteady, il reggae. E con il più improbabile dei colpi di scena, questo ha affascinato i giovani proletari britannici, i celebri Skinheads, che diventano degli avidi consumatori di tutto ciò che è jamaicano, dando vita ad un meltin’ pot culturale senza precedenti, dove bianchi e neri si mescolano senza difficoltà, ben prima delle derive nazionaliste e xenofobe che seguiranno.

Questa scena, in combutta con il neonato punk, darà vita verso la fine dei ’70 alla cosidetta “seconda ondata” dello ska, all’etichetta 2Tone di Jerry Dammers e i suoi Specials, ai Madness e ai Selecter, un altro capitolo fondamentale nello sviluppo della musica moderna.
E sarebbe già tanto, ma non è tutto, per niente! Torniamo per un momento alle dancehall, ai cortili affollati di jamaicani danzanti.
La cultura dei sound-systems ha dato i natali, in maniera insospettabile, ad elementi che sono fondamentali nella musica moderna, il DUB.
Fin dagli albori, i proprietari degli impianti si erano resi conto che il pubblico, oltre a ballare, amava anche cantare a squarciagola i propri brani preferiti. Di conseguenza cominciarono a produrre versioni dei propri brani in cui veniva omessa la parte vocale. Da questa pratica del tutto rudimentale si sviluppò una vera e propria arte, nella quale degli autentici funamboli della consolle modificavano i brani originali togliendo, aggiungendo ed effettando le singole tracce, fino ad ottenerne versioni totalmente nuove. Questa pratica è a tutti gli effetti l’antesignana del REMIX, una tecnica che si è diffusa a macchia d’olio ed è diventata imprescindibile in ogni genere musicale odierno, dalla dance al rock, dall’elettronica al pop. 

E che dire dei DJ? Nell’accezione giamaicana del termine, si trattava di pittoreschi elementi che nelle dancehall brandivano il microfono e improvvisavano sulla musica ogni sorta di rime, battute, commenti politici o sociali, o anche semplici versi gutturali, qualsiasi cosa. Personaggi come Big Youth o U-Roy divennero delle vere e proprie star, spesso più popolari degli stessi cantanti. 

E sempre grazie agli immigrati jamaicani, questa pratica arrivò fin nei ghetti di New York, dove colpì la fantasia dei giovani afro-americani, dando il via alla nascita di quella cosetta da niente chiamata RAP e successivamente HIP-HOP.

Tutto quanto detto finora scalfisce appena la storia della musica jamaicana con le sue caratteristiche, le sue vicissitudini e la sua influenza determinante per lo sviluppo della musica come la conosciamo ai giorni nostri. 

Vi lascio con un pensiero, tornando all’iniziale paragone geografico con la Sardegna. Per rendersi conto dell’importanza assoluta di quanto prodotto in quella piccola isoletta caraibica, basta provare ad immaginare come sarebbe se in tutto il mondo, nesuna zona esclusa, si ascoltassero, si cantassero e si producessero i tradizionali “cantu a tenores” dei pastori sardi… impressionante, vero? 

PS: qualche lettura consigliata per chi vuole approfondire:
– “The Rough Guide to Reggae” di Steve Barrow e Peter Dalton -“Bass Culture: when Reggae was King” di Lloyd Bradley- “Solid Foundation: an Oral History of Reggae” di David Katz

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