Quaran’tallica …capitolo 6

Scritto da Max Dellacasa

6: 1996, 4 giugno – LOAD & 1997, 18 novembre – RELOAD

Come anticipato nella puntata precedente, le conseguenze del successo planetario del “black album” vedono i Metallica impegnati in qualcosa come 24 mesi di tour quasi ininterrotti. Prima la serie di date europee del Monsters of Rock, poi in solitaria per il “Wherever we may roam” tour, poi ancora il tanto chiacchierato e parecchio turbolento “Stadium Tour” statunitense in compagnia dei Guns’n’Roses e per finire, a grande richiesta, il conclusivo “Nowhere else to roam” tour.

Dall’agosto del ’91 fino a fine luglio del ’93, Hetfield e soci sono sballottati in ogni angolo del mondo. Due anni esaltanti, un trionfo dietro l’altro, ma allo stesso tempo massacranti, con conseguenze fisiche e psicologiche che verranno alla luce solo molti anni dopo.

Sul momento però, tutto pare andare splendidamente. Spinti dalla volontà ferrea e dalla visione innovativa di Lars Ulrich, in sinergia con l’efficientissimo management della Q-Prime, i nostri se ne escono con la fantastica trovata del “diamond stage”.
Si tratta di un palco con la pianta simile a quello di un campo da baseball, posizionato in mezzo alle arene in modo da avere il pubblico su ogni lato. Al centro dello stage, una zona triangolare denominata “snake-pit”, la fossa dei serpenti, che ospita poche decine di fortunati fans estratti a sorte tramite il fan-club, i quali possono godersi lo show da una posizione davvero privilegiata, praticamente fianco a fianco con la band. Inoltre i concerti hanno una durata ben superiore alla media, e il classico “gruppo spalla” viene sostituito da filmati di repertorio proiettati su mega-schermi e addirittura da collegamenti video in diretta dai camerini.

Mentre i Metallica, con stakanovistico impegno, si godono i frutti del loro successo, nel mondo della musica soffia impetuoso da nord il vento del cambiamento.

Il nord in questione è la parte occidental-settentrionale degli Stati Uniti, per la precisione lo stato di Washington e la sua città più importante, la ventosa e piovosa Seattle.

Un’ondata di nuove band, capitanata da nomi fino a poco prima semi-sconosciuti come Pearl Jam, Soundgarden, Alice in Chains, Mudhoney e soprattutto Nirvana, prende possesso in un batter d’occhio delle classifiche di vendita anche grazie all’onnipresente MTV.

LITHIUM – NIRVANA

Il movimento viene battezzato “grunge” dalla stampa, anche se i protagonisti hanno sempre rifutato con sdegno la definizione. L’offerta musicale del nuovo movimento è quanto mai varia e differenziata, le influenze spaziano dall’hard rock dei ’70 al punk, dal garage al folk.

La grossa novità è l’atteggiamento, il modo di porsi: look super-casual dove ogni stravaganza è permessa, atteggiamento anti-divistico totale, ripudiata ed osteggiata ogni forma di machismo e di sciovinismo, difesa a spada tratta dei diritti delle donne, delle comunità gay e degli animali, sostegno ai più deboli e agli emarginati.
Lo scontro “filosofico” con certe forme di heavy metal, quello più classico e soprattutto quello “sex and drugs and rock’n’roll” dei Guns’n’Roses e dei Motley Crue è da subito inevitabile.
Anche i Metallica vengono posseduti dalla voglia e dall’esigenza di tentare nuove strade.
Dopo un lungo e sofferto lavoro di scrittura, a maggio del ’95 entrano in studio per registrare, con un bagaglio di nuove composizioni dalle dimensioni impressionanti.


All’inizio dei nove mesi trascorsi ai The Plant Studios di Sausalito in California in compagnia del fido Bob Rock, ormai diventato il “quinto uomo”, i 4 partono convinti di incidere materiale sufficiente per un album doppio. Anche tralasciando il secco rifiuto della casa discografica, i nostri si rendono quasi subito conto che l’impegno sarebbe troppo gravoso, e il monolitico progetto originale viene diviso in due parti, i celebri “Load” e “Reload”, pubblicati ad un anno e mezzo di distanza l’uno dall’altro.

Come al solito le polemiche infuriano, i “nuovi” Metallica sono quasi irriconoscibili, nell’immagine e nel sound. Il singolo che apre le danze, la magnifica “Until It Sleeps”, è accompagnato da un videoclip che lascia tutti a bocca spalancata.

A realizzarlo viene chiamato Anton Corbijn, il celebre fotografo e videomaker già al lavoro con Depeche Mode e U2, che confeziona un piccolo capolavoro, onirico ed inquietante all’inverosimile. I quattro recitano a tutti gli effetti, bucando letteralmente lo schermo con il loro nuovo look. Abolito qualsiasi clichè del metal, via le classiche chiome leonine, via l’abituale abbigliamento “street-wear”, ora si propongono con make-up pesante, tagli di capelli “fashion” e outfit stravaganti, specialmente Lars e Kirk, mentre Jason si rotola nel fango e James scatena l’espressività del suo volto in una prova attoriale non da poco.

Ovviamente lo scandalo nella comunità metal più “osservante” è fulmineo, repentino e velenoso, la band viene accusata di “tradimento”, di “commercializzazione” e via dicendo, tutto l’armamentario verbale di stupidaggini che appartiene a chi non ha l’ampiezza mentale per apprezzare, o almeno valutare obiettivamente, il cambiamento.


Pensando ai due lavori come ad un blocco unico, secondo quelle che erano le intenzioni iniziali della band, devo serenamente ammettere che forse i nostri hanno puntato troppo in alto. Mantenere una qualità di scrittura ottimale sull’arco di 27 tracce totali, più di 150 minuti di musica, non è un’impresa facile. Chiedere ai Guns’n’Roses di “Use Your Illusion” per maggiori dettagli. A mio personalissimo avviso, un album singolo realizzato con il meglio di entrambi i lavori sarebbe stato inattaccabile.

Comunque, in barba a tutte le polemiche, i Metallica vanno avanti dritti per la propria strada a muso duro, come hanno sempre fatto.
Per la tourneè fanno le cose in grande: palco futuristico, sempre nel bel mezzo delle arene ma stavolta di forma allungata e davvero enorme. I nuovi brani vengono sapientemente inseriti in scaletta fianco a fianco con i classici, e il successo di pubblico è sempre all’altezza. Personalmente parlando, mi concedo la doppietta: 28 e 29 settembre 1996, rispettivamente al Forum di Assago e al Palastampa di Torino.
Aprono i rocciosissimi veterani Corrosion of Conformity, a seguire lo spettacolo degli headliner è grandioso ed imponente, dal vivo Hetfield e soci continuano ad essere una garanzia.


Si inventano pure un finale a sorpresa, con tanto di suspence: finti problemi tecnici sulla parte conclusiva di “Enter Sandman”, che cominciano con fischi e ronzi dall’impianto e terminano con una escalation apocalittica e mozzafiato, si vedono “tecnici” che precipitano dalle impalcature e prendono fuoco. Si tratta ovviamente di stunt-men professionisti, ma l’effetto istantaneo è da pelle d’oca.
Poi, fingendo smarrimento e costernazione, i 4 risalgono sul palco e finiscono il concerto in un mini-set allestito in fretta e furia ad un’estremità del palco, illuminati solo da lampadine elettriche spioventi dall’alto ed eseguendo un paio di cover e la ormai primordiale “Motorbreath” dal primo album.

Il riferimento agli esordi è lampante, ma il messaggio è sibillino: dove porta tutta questa enfasi sulla spettacolarizzazione della loro musica, per dirla alla francese tutta questa “grandeur”? Forse ad un ritorno alle origini? Oppure si tratta solo di un guizzo di nostalgia da parte di artisti ormai prigionieri di una macchina più grande di loro stessi? O più semplicemente un tentativo di rassicurare i fans della prima ora, un accorato “Ehi, siamo sempre noi…”?
Ci sarà da meditare!

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