METALLO NON METALLO – seconda parte

Scritto da Max Dellacasa

L’avvento della N.W.O.B.H.M. (New Wave Of British Heavy metal) nell’Inghilterra di fine anni ’70 fornisce al genere una tale infusione di energia da far si che i suoi effetti, la sua “onda lunga”, siano percepibili ancora ai giorni nostri. A quei tempi succedono cose impensabili, almeno per l’epoca: nascono le riviste specializzate dedicate al metal, su tutte la mitica Kerrang! E le band hanno spazio sulle emittenti radio nazionali (inconcepibile fino a pochi anni prima)!

Poi, nel 1980, nel nord della Gran Bretagna, nei vasti spazi dell’autodromo di Castle Donington, si tiene la primissima edizione del Monsters of Rock, il festival che per ben 16 anni rimarrà l’esempio e il punto di riferimento per il metal mondiale, diventando un prestigiosissimo “showcase” sia per la vecchia guardia dei Judas Priest, di Ozzy Osbourne ormai solista e dei Rainbow, sia per i nuovi nomi come Iron Maiden e Saxon.

Per non parlare di outsider di livello assoluto, come gli scozzesi (ma emigrati in Australia) AC/DC dei fratelli Young o gli americani Van Halen del nuovo prodigio della chitarra, il mitico Eddie.
Già, perchè finalmente anche gli USA vogliono giocare la loro parte, alla loro maniera. Sicuramente influenzato dal successo dei KISS e di Alice Cooper e dalla loro immagine pittoresca, un esercito di bands assedia i locali del Sunset Boulevard nella città degli angeli, affamato di successo.


Look androgino, rossetti e mascara, accessori femminili indossati con nonchalanche a fianco di borchie e catene, l’impatto è devastante. Capitanate dai Motley Crue a Los Angeles e dai Twisted Sister a New York, queste band si impossessano delle classifiche di vendita a suon di scandali e provocazioni ben studiate. Sesso, droga e rock’n’roll, tutto spinto all’ennesima potenza. Ed è a questo punto che succede l’impensabile.


KICKSTART MY HEART – Motley Crue

Un ragazzetto danese, introdotto fin dalla tenerissima età alla musica rock per opera dei suoi genitori, si ritrova improvvisamente a Los Angeles. In teoria per seguire le orme del padre, tennista professionista. Ma il giovanotto ha ben altro per la testa.

Appassionato allo spasimo delle nuove tendenze metal britanniche, che nel frattempo stanno facendo proseliti in tutta Europa, cerca in qualche modo di colmare la distanza dalla madre patria e dal vecchio continente, mettendosi in gioco in prima persona. Pubblica un annuncio. Gli risponde un brufoloso adolescente americano. Il danese si chiama Lars Ulrich, a rispondergli è un certo James Hetfield. Il resto è storia nota.

Il 25 luglio del 1983 viene pubblicato “Kill’em All”, “Uccideteli Tutti”.
Il minaccioso titolo è in realtà la seconda scelta, la band voleva chiamarlo “Metal Up Your Ass”, “Metal su per il c**o”.

SEEK & DESTROY

Loro ovviamente sono i Metallica, la band che ormai vanta più di 40 anni di carriera, durante i quali è successo tutto e il contrario di tutto. La band che è diventata uno dei live-act più di successo di tutti i tempi, la band che da sola ha portato l’heavy metal all’attenzione mondiale, diffondendo “il verbo” in una maniera in cui nessuno era riuscito prima di loro.


Nell’83 i Metallica hanno guidato la carica, assieme a tanti altri compagni di avventura, nomi leggendari come gli Exodus da San Francisco, i demoniaci losangelini Slayer, i Megadeth del fuori-uscito Dave Mustaine o i newyorkesi Anthrax.


Velocità, cattiveria, “street attitude”, tanti punti di contatto col punk dei primi anni ’80 (diventato ormai Hard Core). E’ nato il “thrash metal”. Dopo l’ascesa dei pionieri a fine ’60, dopo la N.W.O.B.H.M. di fine ’70, questa è la terza rivoluzione. Quella definitiva, quella che fa capire che tutto è possibile, quella che, volontariamente o meno, darà il via ad un’ondata di generi, sottogeneri, varianti e stili da perderci la testa.

Giusto per citarne qualcuno dei più importanti, il temibile “black metal” dalle tematiche invariabilmente blasfeme, sviluppato in maniera iper-grezza dal trio britannico dei Venom e diffusosi poi in tutto il mondo, specialmente nel nord dell’Europa.

Negli States, al contrario, si è vista prima la profonda commistione di generi tra il thrash metal e l’hardcore punk, con capi-scuola come Suicidal Tendencies in California e Agnostic Front a New York, poi è stata la volta del metal imbastardito con ritmi e tematiche proprie dell’hip-hop, sfociato successivamente nel cosiddetto “nu metal” di band come i Korn o i Limp Bizkit.

Salvo le dovute eccezioni, è innegabile che a partire dagli anni ’90/2000, l’innovazione nel genere (o almeno il tentativo!) sia arrivata principalmente dagli Stati Uniti, mentre la vecchia Europa si è arroccata su posizioni più tradizionaliste e conservatrici, specie in nazioni come l’Olanda, la Francia e soprattutto la Germania, che ormai da tempo hanno soppiantato l’Inghilterra nel suo ruolo di “casa sicura” per tutto ciò che è “hard’n’heavy”.
Per concludere, non posso non notare come (giustamente oppure no!) i tempi siano cambiati. Tantissimo.

Anagraficamente io faccio parte di quella generazione di circa-sessantenni che erano appena adolescenti quando gli Iron Maiden sostituivano il povero Paul DiAnno con Bruce Dickinson e si accingevano a dominare il mondo, e non erano forse ancora maggiorenni quando i Metallica cambiavano le carte in tavola per sempre.
Sicuramente all’epoca era molto più facile, almeno economicamente, fruire della musica live. I concerti erano ancora una specie di veicolo pubblicitario per spingere la vendita dei dischi prima e dei CD poi, e questo si traduceva in prezzi enormemente più accessibili, almeno rispetto alle cifre stratosferiche che vengono chieste al giorno d’oggi per un concerto, permettendo agli appassionati una frequentazione più assidua delle esibizioni live.

Anche l’ascoltatore metal è cambiato, tantissimo. Quando nel ’91 il cosiddetto “black album” dei Metallica ha fatto conoscere ed apprezzare il metal “alle masse”, a tutti coloro che mai si sarebbero sognati di avvicinarlo, anche il caratteristico pubblico della musica pesante ha iniziato a mutare, prima impercettibilmente poi in maniera sempre più evidente, diventando enormemente più “mainstream”. L’heavy metal ha perso quelle caratteristiche di musica “non per tutti”, quel fascino maledetto che negli anni ’80 portava i metallari a distinguersi ad agni costo dal resto del mondo, a dichiarare orgogliosamente la propria “appartenenza alla tribù” tramite l’abbigliamento, l’attitudine e lo stile di vita.
Purtroppo o per fortuna che sia, l’ingenuità, la freschezza e lo spirito selvaggio di quegli anni non esistono più, con immenso dispiacere e sconfinata tristezzza da parte degli inguaribili nostalgici, che invece esistono eccome e non sono pochi.
Li vedi subito. Hanno la mia età o giù di lì, nati verso la metà degli anni ’60.

Le chiome lungocrinite di cui andavano tanto orgogliosi da giovani, ormai sono solo un lontano ricordo. Li trovi nelle primissime file ai concerti in club minuscoli, dove gli idoli di allora, quelli che non ce l’hanno fatta, tentano di sbarcare il lunario imbarcandosi in tour massacranti attraverso l’Europa, pagati una miseria e col fiato corto.

Indossano ricercate t-shirt acquistate a prezzi allucinanti al concerto precedente e stirate a puntino dalle mogli per l’occasione. Sembra un quadretto triste e forse lo è davvero, un po’ come i gruppi di pensionati che osservano l’avanzamento lavori dei cantieri.

Ma loro in realtà sono felici perchè, anche se solo per poche ore, sono di nuovo in mezzo a chi li capisce, sono nuovamente circondati dai loro simili, possono lanciarsi in discussioni interminabili a spaccare il capello sull’ultima band techno-thrash ungherese e, soprattutto, possono guardare negli occhi da ridottissima distanza i loro vecchi miti, sentirsi ancora per una volta parte di quella sacra armata che ha sempre avuto un solo ed unico scopo: essere i “defenders of the faith”, i difensori della fede.

Tutto ciò suona ridicolo? Patetico? Forse si, forse lo è davvero. Ma in questi tempi cinici e disillusi, riuscire ancora a provare sensazioni del genere, non è una cosa da sottovalutare.
Però ascoltate anche altro, per la miseria!

Max Dellacasa


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