La grande crisi dei concerti…

Un’intera industria sull’orlo del collasso, tra burnout e sold-out fittizi…. i live sono sempre più costosi, perdono magia, e il pubblico perde fiducia.

Forse è il momento di tornare a fare musica davvero?

C’è sempre un periodo della storia dove qualcosa di rompe, dove a volte non ci sono avvertimenti, soltanto un…..BOOOM!!!! un enorme frastuono, si alza un gran polverone e il danno è fatto….

Non ce ne rendiamo conto ma, quando quel polverone si abbassa e vediamo i danni, allora iniziamo a dire questo si poteva evitare, avremmo dovuto fare così…. ecc ecc ecc…

Ecco questa specie di “Big Bang“, oggi sta colpendo il mondo della musica…

Vi ricordate i concerti di una volta? vi ricordate cosa voleva dire andare al negozio di dischi, quello di fiducia, quello di zona e acquistare un biglietto per quel live che avremmo visto magari fra 6 mesi? e l’attesa per quel concerto? era tutto fighissimo, erano tutte fortissime emozioni e esperienze indimenticabili…. ma sopratutto alla portata di portafogli per la maggior parte dei fruitori.

Già, il tema economico…. I concerti costano e tanto….ll pubblico ha risorse limitate e ogni scelta comporta una rinuncia. Ma poi pensare che ogni artista possa sostenere tour infiniti, con date ovunque e sold-out garantiti, è un’illusione, oltre a non poter essere fattibile, e quindi rischia di diventare un boomerang devastante. 

Il nodo della faccenda è semplice: con lo streaming, i guadagni degli artisti si sono drasticamente ridotti. La musica, intesa come prodotto vendibile, rende sempre meno, così, l’unica vera fonte di reddito restano i live, che, però, vengono organizzati in maniera forsennata; date su date, senza respiro, biglietti a prezzi esorbitanti e uno strafare che spesso porta più perdite che guadagni.
Ma poi, questi sold out sono veri o sono sempre più spesso strategia da parte degli organizzatori? dopo la pandemia, si era pensato che i live sarebbero stati la salvezza dell’industria musicale, la chiave per ripartire, per ritrovare una connessione col pubblico, e invece si stanno rivelando un’arma a doppio taglio. Perché per riempire uno stadio serve molto più di una canzone virale. Servono un repertorio solido, anni di presenza costante, un pubblico affezionato, una relazione vera; serve l’amore delle persone, quello che non si misura in visualizzazioni o cuoricini su Instagram.

Gli “Artisti” ( e perdonatemi le virgilette ma…) che decidono di fermarsi, di prendersi una pausa e di fuggire dai riflettori per affrontare il burnout, è in costante crescita, ed è un malessere che non può più essere ignorato. Perché dietro questa fuga dal palco, che un tempo era sogno, c’è un meccanismo perverso. Una macchina che produce, consuma e brucia talenti a una velocità impressionante. La fruizione musicale è cambiata. I tempi dell’attesa, della crescita, della gavetta, sembrano roba da preistoria. Oggi, si pubblica un singolo e, da un giorno all’altro, ci si aspetta che si riempiano stadi. Come se bastasse una canzone, una manciata di numeri su Spotify, per creare un fenomeno vero. Ma la realtà è molto più complessa….

Forse il problema sta proprio qui: chi gestisce le carriere artistiche, oggi, sembra non avere più una visione a lungo termine. Si naviga a vista, si improvvisa, si punta al tutto e subito. Ma in questo modo si brucia terreno, si stancano gli artisti, si allontana il pubblico. Ed è un peccato, davvero. Perché la musica, italiana e non solo, non merita questo, non merita di perdere il senso e il valore, che ha.

Siamo finiti in un vicolo cieco, e l’unica strada possibile sembra quella di tornare indietro. Ammettere che si è sbagliato e provare a ripartire da ciò che un tempo, rendeva tutto speciale: l’attesa, la qualità, la crescita lenta ma autentica, il contatto umano, la musica, quella vera, quella che non ha bisogno di effetti speciali per emozionare.

E magari, mettere da parte, almeno un pò, l’enfasi da social.

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