Scritto da Max Dellacasa
Metallo Non Metallo.
Nel 1997, Morgan (si, QUEL Morgan!), ancora lontano dalla demenza senile chimicamente indotta che lo affligge al giorno d’oggi, pubblicava assieme ai suoi Bluvertigo questo album, fondamentale per gli sviluppi futuri della musica indipendente italiana.
Quindi parliamo di Morgan?!? Ma proprio per niente, per carità!
Semplicemente il titolo è per me una tentazione troppo forte anche solo per pensare di poter resistere, quindi… HEAVY METAL, ladies & gentlemen!
Senza ombra di dubbio si tratta del genere musicale più controverso e divisivo che sia mai apparso sulle scene in assoluto. L’heavy metal è una specie di “fight club”, gli iniziati non ne parlano troppo volentieri al di fuori della cerchia degli appassionati, perchè chi non lo segue non lo capisce. Cioè, non ne capisce proprio le ragioni di esistere, tende a sminuirlo e a burlarsene, scatenando le ire dei fedeli!
Per non parlare del fatto che ormai, dopo più di 50 anni dai primi vagiti del genere, sotto al “cappello” dell’heavy metal si sia radunata una folla eterogenea all’inverosimile, tendenze e stili agli antipodi le une dalle altre, quindi confusione, rivalità e ancora discussioni, di quelle feroci!
WAR PIG
Ma tentiamo di fare un po’ d’ordine, almeno cronologicamente. A cavallo tra i ’60 e i ’70 alcune band iniziano sporadicamente a tentare di irrobustire ulteriormente il loro suono. Il non così estremo “hard rock”, già figlio illegittimo del blues elettrico suonato dai musicisti bianchi, ha un grande seguito nel Regno Unito e di riflesso negli States. Artisti entrati giustamente nella storia della musica rock, come i Led Zeppelin o i Deep Purple, iniziano saltuariamente a “spingere” alcuni brani verso livelli di potenza e distorsione assolutamente inediti per l’epoca.


La svolta però avviene grazie a due band che curiosamente provengono dallo stesso agglomerato di stampo industriale nelle West Midlands inglesi: la città di Birmingham.
Sono infatti i Black Sabbath di Ozzy Osbourne e i Judas Priest di Rob Halford a dare la prima vera svolta. L’hard rock degli esordi si trasforma in qualcosa di nuovo, di inedito, di affascinante, di minaccioso, di maledetto.


Entrambi i cantanti diventano, ciascuno a loro modo, delle figure simbolo, degli idoli senza tempo, tant’è che ancora oggi, trascorse più di 5 decadi, sono guardati con il massimo del rispetto e della ammirazione possibile da tutti gli appassionati del genere.
Ma non ci sono solo Ozzy e Rob, frontmen magnetici e carismatici. Le coppia di chitarre di KK Downing e Glen Tipton nei Judas e il maestro del riff pesante Toni Iommi nei Sabbath scolpiscono un genere che, a dispetto dei suoi numerosissimi detrattori, è vivo e vitale ancora adesso.
Oltre a questi due nomi immensi, tra i pionieri del genere è d’obbligo includere anche il maestro della sei corde Ritchie Blackmore, fuoriuscito sbattendo la porta dai suoi Deep Purple, che a partire dal ’74 scende in campo in compagnia dell’ugola straordinaria di Ronnie James Dio. La loro creatura, battezzata Rainbow, sarà il modello primigenio per tutto lo sviluppo epico, medievaleggiante e fondamentalmente fantasy che tanto spopolerà tra gli appassionati negli anni a venire.
STARGAZER
Per finire, solo l’anno dopo, nella Londra del ’75, il bassista degli psichedelici hard-rockers Hawkwind viene gentilmente invitato a lasciare la formazione, pare a causa dei suoi eccessi in fatto di alcool e stupefacenti.

Ma Ian Fraser Kilmister non è tipo da scoraggiarsi facilmente. Da quel momento in poi, fino alla sua morte per malattia nel 2015, lui per tutti sarà Lemmy e i suoi Motorhead rimarranno l’emblema del metal senza compromessi, quello brutto, sporco e cattivo, quello che quando lo incontri cambi marciapiede.
E negli USA? Succede qualcosa a New York, muovono i primi roboanti passi delle future stelle di prima grandezza come i KISS, con tutto il loro apparato scenografico, e si muovono più in sordina i geniali e originalissimi Blue Oyster Cult.


A Phoenix, tale Vincent Furnier prende il nome della sua band e lo adotta per se stesso, cambiando ufficialmente le sue generalità all’anagrafe. A partire dal 1975 lui è Alice Cooper.
Ma il resto degli Stati Uniti non è ancora pronto per il metal, vanno per la maggiore il rock’n’roll energetico dei grandissimi Aerosmith o le band “southern” tipo i Lynyrd Skynyrd. Per l’America, il momento in cui giocare un ruolo fondamentale nella musica metal deve ancora arrivare.
Nel frattempo in Europa c’è fermento, i generi e le mode musicali si avvicendano vertiginosamente, e nel giro di pochi anni i vecchi leoni vengono quasi messi da parte, paiono già “vecchi”. Tra il ’76 e il ’77 la Gran Bretagna viene travolta dall’ondata del punk, che cambia completamente le carte in tavola.
I giovani gruppi metal britannici, asserragliati nelle loro cantine, in parte reagiscono con orgogliosa ostilità alle nuove tendenze, ma in parte se ne fanno influenzare, magari persino inconsciamente.
Il senso di urgenza, l’esigenza di “rilanciare”, di spingersi oltre, senza dimenticare l’attitudine “do it yourself”… d’un tratto i pub di Londra prima, e del resto della Gran Bretagna poi, vengono assaltati da giovani band metal affamate di successo, con la spasmodica voglia di affermare il proprio valore.
Si chiamano Saxon, Def Leppard, Tygers of Pan Tang, Diamond Head, Raven, Samson, Angel Witch.
Una di queste band, non si sa se per maggior bravura o maggiore tenacia, riesce a spiccare su tutte le altre e raduna in un batter d’occhio attorno a se un seguito di fedelissimi.
Si chiamano Iron Maiden, il movimento viene battezzato “New Wave of British Heavy Metal” e da allora niente sarà più come prima.
FINE PRIMA PARTE….
Max Dellacasa








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