90125: Il giorno in cui gli Yes hanno acceso il futuro

Scritto da Davide Vevey

Se chiudi gli occhi e pensi agli Yes, probabilmente ti vengono in mente mantelli di paillettes, suite da venti minuti e atmosfere fiabesche degli anni ’70. Ma poi arriva quel colpo di batteria secco, quel riff di chitarra che sembra un graffio elettronico, e capisci che 90125 è tutta un’altra storia.

Pubblicato il 7 novembre 1983, questo disco non è stato solo un successo da classifica: è stato il momento in cui una band leggendaria ha deciso di uscire dal museo del rock progressivo per prendersi il futuro a morsi.
“Una rinascita nata dal caos…”
La genesi di questo album è una delle più curiose della storia del rock. Inizialmente, il progetto non doveva nemmeno chiamarsi Yes. Dopo lo scioglimento della band qualche anno prima, il bassista Chris Squire e il batterista Alan White avevano unito le forze con il talentuoso chitarrista sudafricano Trevor Rabin e il tastierista originale Tony Kaye.

Il loro nome era Cinema e l’obiettivo era creare un suono rock moderno e potente.
Fu solo quando la voce angelica di Jon Anderson si unì alle sessioni, quasi a lavori ultimati, che il cerchio si chiuse. La sua impronta vocale era così iconica che mantenere il nome “Cinema” divenne impossibile: i Cinema divennero i nuovi Yes, una versione 2.0 capace di unire il virtuosismo del passato con l’energia del presente.



Se il disco suona ancora oggi incredibilmente fresco, il merito è in gran parte di Trevor Horn. Il produttore (e già cantante della band per l’album Drama) portò in studio una mentalità da scienziato del suono. Utilizzò il campionatore Fairlight CMI per creare effetti sonori mai sentiti prima, trasformando le canzoni in sculture tecnologiche.
Il risultato più eclatante fu “Owner of a Lonely Heart“. Con quel riff spezzato e i suoi improvvisi “botti” sonori, il brano scalò le classifiche fino a diventare l’unico singolo della band a conquistare la posizione n. 1 della Billboard Hot 100. Ma il genio del disco non si ferma qui: la strumentale “Cinema” era così densa di tecnica e innovazione da portarsi a casa un Grammy Award nel 1985.

Il titolo dell’album, 90125, rispecchiava la nuova estetica minimalista del gruppo: era semplicemente il numero di catalogo assegnato dalla Atco Records. Ma dietro quel numero si nascondeva un’anima complessa. Pezzi come “Changes” mostrano un Trevor Rabin in stato di grazia, mentre “Leave It” è un capolavoro di incastri vocali che sembra quasi anticipare la musica a cappella moderna.
In brani più lunghi come “Hearts“, invece, si ritrova quel respiro epico che aveva reso grandi gli Yes, ma filtrato attraverso una lente nuova, pulita e scintillante.

Con oltre 3 milioni di copie vendute solo negli Stati Uniti, 90125 ha dimostrato che cambiare non significa tradire. È il disco di una band che ha avuto il coraggio di rischiare tutto, reinventandosi per una nuova generazione senza rinunciare alla propria identità di musicisti d’eccezione. Ancora oggi, premendo play, ci si ritrova immersi in un sound che non ha età: la perfetta sintesi tra l’uomo e la macchina.

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