Scritto da Max Dellacasa
2016, 18 novembre – HARDWIRED… TO SELF DESTRUCT
Siamo infine arrivati a quelli che per ora sono gli ultimi capitoli, riguardanti il periodo che possiamo definire “della maturità”. Oppure, a voler essere maligni, la fase del pre-pensionamento.
Perchè non c’è nulla da fare, l’età conta. E’ innegabile che il passare degli anni abbia i suoi effetti su chiunque, nessuno escluso. Questo assunto vale in tutti i settori, a maggior ragione in campo artistico. E’ un concetto talmente semplice e scontato che mi stupisce sempre constatare come, specie in campo musicale, venga spessissimo usata come critica, addirittura come offesa, l’espressione “non sono più quelli di una volta”. Wow, davvero?
Dopo quarant’anni di attività è scontato che il tempo trascorso abbia lasciato il segno, specie se sono stati anni intensi e turbolenti, come nel caso dei nostri cari James, Lars, Kirk e Rob.
Hardwired
I poco più che adolescenti giovanotti di “Kill’em All” hanno inevitabilmente lasciato il posto ai maturi sessantenni di oggi e questo è vero per loro tanto quanto lo è per i coetanei che li seguono e li ascoltano fin dai primissimi tempi, come il sottoscritto.
L’ultima fase del quartetto inizia con “Hardwired…to Self-Destruct”, l’album che viene pubblicato a novembre del 2016. In termini di tempistiche si tratta della release più sofferta in assoluto, visto che gli stessi Metallica annunciavano di essere in studio a scrivere i nuovi brani già cinque anni prima. Se escludiamo la parentesi disgraziata di “Lulu”, sono passati ben otto anni dalla pubblicazione precedente, “Death Magnetic”.
Se Hetfield e Ulrich sono da sempre la principale forza compositiva della band, in quest’occasione lo diventano se possibile ancora di più, perchè Kirk Hammett pensa bene di smarrire il proprio smartphone sul quale aveva memorizzato, senza alcun back-up, tutte le sue idee per riff e strutture dei nuovi brani.
La produzione viene affidata a Greg Fidelman, già al lavoro come tecnico di studio su “Death Magnetic”, mentre James Hetfield e Lars Ulrich vengono ufficialmente accreditati come co-produttori. Piccola parentesi: la figura del produttore riveste un ruolo complesso e sfaccettato, dai confini abbastanza interpretabili, ma sostanzialmente si dovrebbe trattare di qualcuno con sufficiente esperienza, capacità ed autorità per consigliare gli artisti, aiutarli a dare il meglio di loro stessi e, quando serve, dissuaderli da scelte scellerate. Quindi la domanda centrale diventa la seguente: Hetfield e Ulrich hanno la giusta dose di obbiettività per poter essere contemporaneamente produttore ed artista? Censore e censito? Mi costa tanto ammetterlo, visto l’evidente amore che mi lega a questi personaggi, ma la risposta è un deciso no.
Il mio rapporto difficile con “Hardwired…” è una diretta conseguenza di tutto ciò. Tecnicamente ineccepibile, qualitativamente a fasi alterne, questo album soffre in maniera lampante della mancanza di una figura esterna autorevole a sufficienza per dirigere e razionalizzare gli slanci creativi dei nostri.
Non si tratta di un lavoro scadente, tutt’altro. La frenetica title-track, la rabbiosa “Spit Out The Bone”, la articolata e riflessiva “Halo On Fire” e soprattutto la clamorosa “Moth Into Flame” restituiscono i Metallica al loro meglio e anche il resto del lavoro, con qualche piccola eccezione, si attesta comunque su un buon livello. Quello che manca clamorosamente ad “Hardwired…” è il senso della misura. Quasi tutti i brani hanno un minutaggio eccessivo e finiscono per smorzare con la ripetitività quanto di buono prodotto in fase di scrittura.
Ammetto che col tempo il mio iniziale giudizio abbastanza negativo si è decisamente ammorbidito, ma all’epoca il mio scarso entusiasmo (unito ad alcune vicissitudini personali) fece sì che io scegliessi di non assistere all’esibizione torinese dei Metallica, al Pala Alpitour il 10 febbraio del 2018. La setlist di quel concerto racconta di una grande fiducia della band nel nuovo materiale, con ben sei brani presenti sul totale di diciotto eseguiti, e questo è sempre un buon segno, a prescindere. Come temevo, continuano a brillare per la loro assenza le tracce di “Load”, “Reload” e “St.Anger”. Dal quel punto di vista tocca rassegnarsi.
When a blind man cries
Da segnalare invece la versione “deluxe” dell’album, con splendide cover di Deep Purple ed Iron Maiden (“When a Blind Man Cries” e “Remember Tomorrow” rispettivamente) ed uno straordinario medley dedicato al Ronnie James Dio del periodo Rainbow, davvero esaltante. Viene consegnata agli annali anche la storica esibizione alla cinquantanovesima edizione dei Grammy Awards del febbraio 2017, dove i Metallica ospitano una indemoniata Lady Gaga per un clamoroso duetto su “Moth Into Flame”.
Va doverosamente evidenziato che tutti i dubbi e le critiche sulla nuova produzione non scalfiscono minimamente il successo delle esibizioni live. Lo testimonia il “World Wired Tour”, che porterà la band in giro per il mondo per ben tre anni, fino al 2019.
E dalla pubblicazione di “Hardwired…” passeranno purtroppo altri otto anni prima di ascoltare qualcosa di nuovo. Fate con comodo, amici!






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