1986, 3 marzo – MASTER OF PUPPETS
Ci sono giornate che sono destinate a rimanerti per sempre nella memoria, nei minimi dettagli. Non che siano avvenimenti di particolare interesse, ma io del 3 marzo dell’86 ricordo tutti i minimi particolari. Dove sono stato, cosa ho fatto, chi ho visto. Non avevo ancora la patente, quindi ricordo, nel tardo pomeriggio, il ritorno a casa da Torino a Chieri in sella al mio fedele motorino. Appesa al manubrio sbatacchiava una borsa di Rock’n’Folk. Dentro la borsa un disco. No, anzi… dentro la borsa IL disco!
I Metallica sono tornati a registrare agli Sweet Silence Studios di Copenhagen con il produttore (e propretario degli studi) Flemming Rasmussen.
Ma le similitudini con le session per creare “Ride The Lightning” si fermano lì.
Hetfield e Ulrich, accreditati come co-produttori, arrivano in Danimarca preparati, 6 brani su 8 sono già completamente composti e messi giù sotto forma di demo.

Se per il lavoro precedente erano servite tre settimane, “Master of Puppets” richiede ben 4 mesi, principalmente per la voglia dei quattro musicisti di dare il meglio di se stessi da ogni punto di vista. Ogni particolare viene curato allo spasimo, questa volta deve essere tutto perfetto. E così sarà.
Un album che è un capolavoro, la title-track che da sola diventa il brano simbolo della band (lo rimarrà fino al 1991, ma quella è un’altra storia), un lavoro che da sempre torreggia in ogni tipo di classifica, più di dieci milioni di copie vendute in tutto il mondo.
Io ricordo come fosse ieri il giradischi, le cuffie, il divano, la copertina in grembo, gli occhi ipnotizzati dai testi riportati all’interno. Lo ascolto con religiosa solennità, dall’inizio alla fine, da “Battery” a “Damage, Inc.”. E poi lo riascolto di nuovo, tutto.
Perchè non ci credo. Perchè è il capolavoro. Perchè è troppo bello per essere vero!
A livello promozionale, i Metallica si rifiutano categoricamente di realizzare un video-clip per la sempre più diffusa MTV e scelgono invece di girare gli States per ben sei mesi, aprendo come support-band i concerti del loro mito Ozzy Osbourne. La mossa si rivela vincente e gli ignari fans dell’ex-voce dei Black Sabbath escono dai concerti sconvolti da ciò che hanno appena ascoltato.
Welcome home
A settembre poi, si torna in Europa, in compagnia dei grandissimi newyorkesi Anthrax ad aprire gli show. Se negli USA la band deve ancora essere scoperta dal grande pubblico, nel vecchio continente i quattro sono già attesi come degli eroi.
Si inizia il 10 di settembre con una serie di date trionfali nel Regno Unito, poi la Scandinavia. La data unica italiana, a Milano, è già fissata, l’attesa è spasmodica, siamo tutti pronti.
Anche il suono del telefono fisso di casa di quel pomeriggio non lo dimenticherò mai.
Come non dimenticherò mai il tono funereo della voce del mio amico che mi dice:
“Non so come dirtelo, quindi te lo dico e basta. E’ morto Cliff Burton”.
Il 27 di settembre, a soli 24 anni, un destino crudele oltre ogni limite ha portato via un musicista straordinario oltre che un personaggio più unico che raro.
Durante il trasferimento a seguito del concerto a Stoccolma, il tour bus della band è finito fuori strada, Cliff è stato prima sbalzato fuori dal finestrino e poi schiacciato dallo stesso automezzo che si è ribaltato.
Ovviamente la tournee è annullata, i tre superstiti e il loro entourage ritornano sconvolti in patria, con la morte nel cuore e un pesantissimo fardello addosso: un amico, un fratello, una persona straordinaria come Cliff da piangere, un lutto terribile da superare e il dubbio più atroce da affrontare: cosa fare adesso?
I tre vengono convinti a non sciogliere la band, sono gli stessi genitori del defunto Cliff, tra gli altri, a spingere perchè i Metallica continuino e sia così preservata e tramandata l’eredità del loro figliolo tragicamente scomparso, per far sì che Cliff Burton non venga mai dimenticato.
Orion
Probabilmente per non fermarsi troppo a pensare alla tragedia appena avvenuta, in quattro e quattr’otto viene reclutato Jason Newsted, bassista straordinario e colonna portante degli esordienti thrashers Flotsam & Jetsam, da Phoenix, Arizona. L’8 novembre, trascorso neanche un mese e mezzo dalla morte di Cliff, Jason fa il suo esordio live con i Metallica, al Reseda Country Club di Los Angeles.
Tempistiche ultra accelerate che vengono aspramente criticate, la band viene tacciata di opportunismo e di scarso rispetto per il compagno scomparso. La realtà è esattamente opposta, le conseguenze psicologiche del drammatico incidente saranno devastanti, soprattutto per James Hetfield. Il dolore per la scomparsa di Cliff segnerà profondamente il front-man, scatenando i demoni interiori che già affliggono la sua anima inquieta.
Purtroppo però, solo molto tempo dopo tutto ciò verrà alla luce e a caro prezzo.
Per il momento i Metallica vanno avanti a testa bassa e recuperano le date europee annullate. Il 21 gennaio dell’87, preceduti dai fantastici Metal Church da Seattle, i nostri sono sul palco del Palatrussardi per un concerto devastante, con i brani di “Master of Puppets” a farla da padrone, una performance catartica e liberatoria sia per i fans che per loro stessi, tutto fantastico e bellissimo.
Se non che, di lì a pochissimo, esattamente l’8 febbraio, una serie di fortunate coincidenze mi permette di intraprendere un avventuroso viaggetto in ottima compagnia e di arrivare fino a Zwolle, nel nord dell’Olanda, per assistere al rinomato festival Aardschok Dag, un evento spettacolare dove, prima degli headliner Metallica, si esibiscono gli Anthrax, i suddetti Metal Church, gli oscuri black-metallers svizzeri Celtic Frost, i metal-progsters Crimson Glory e i californiani Laaz Rockit. Nell’atmosfera cordiale e giocosa del backstage (l’intervista con Frank Bello degli Anthrax non la dimenticherò mai!), i Metallica brillano per la loro assenza, riusciamo appena ad intravederli passare, scuri in volto, decisamente provati e preceduti da un inquietante omone che promette ritorsioni a chiunque oserà scattare una foto. Come era prevedibile, qualcosa non va, decisamente.








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