Not funny… it’s FANNY!

Scritto da Max Della Casa

Argomento assai spinoso quello del ruolo delle donne in ambito musicale. Ai giorni nostri molti passi in avanti sono stati fatti, anche se una certa diffidenza continua a resistere nei confronti del gentil sesso, specie se parliamo di musica rock. Fortunatamente abbiamo personaggi che hanno dimostrato senza ombra di dubbio che il gentil sesso non ha proprio nulla da invidiare “all’altra metà del cielo”, che sia dal punto di vista tecnico o creativo o manageriale.

Naturalmente non è stato sempre così!
Nei tanto mitizzati anni ’60/’70 la diffidenza e l’ostilità verso le donne nel rock poteva diventare molto diretta, palpabile. Poi magari le donne che avevano a fianco o alle spalle “l’uomo forte” se la cavavano meglio, vedi Cher con Sonny o Tina con Ike, ma quella che proprio era difficile da mandar giù, più di tutto il resto, era l’immagine, il concetto, di una band di sole donne.


Fu solo a metà anni ’70 che un gruppo di interamente femminile, le Runaways, riuscì ad avere una certa popolarità e soprattutto un buon grado di “accettazione”. Alla vigilia dell’avvento del punk i tempi erano maturi per il loro approccio molto diretto e ruvido, a base di giubbotti di pelle, provocazione sexy e “street credibility”. A riprova del loro valore, comunque riconosciuto in pieno solo a posteriori, basti pensare alle lunghe e soddisfacenti carriere soliste delle più talentuose di loro, le chitarriste Joan Jett e Lita Ford.


Non sono in molti a sapere che nel ’75, mentre proprio le Runaways muovevano i primi passi, un’altra compagine totalmente al femminile, caso più unico che raro per l’epoca, metteva tristemente la parola fine ad una carriera, a dir poco difficile e tribolata, durata qualcosa come sei anni scarsi.
La band ruotava attorno alle sorelle Milligan, Jean (basso e voce) e June (chitarra e voce), alle quali si aggiunse, dopo un lungo “corteggiamento”, la talentuosa pianista e cantante Nickey Barclay.
A dispetto del cognome molto anglosassone, Jean e June arrivano nella California dei primissimi anni ’60 con i genitori, immigrati dalle Filippine.
Manco a dirlo, la diversità etnica fu uno dei primi ostacoli con cui le due ragazze si vennero a scontrare, ed era solo l’inizio!

Le sorelle si dedicano alla musica con passione e sviluppano molto velocemente le loro doti di strumentiste e cantanti. La quadratura del cerchio si ha quando riescono finalmente a convincere Nickey Barclay ad entrare nella band. Mentre Jean e June, a dispetto delle grandi doti, si possono ancora definire delle “dilettanti”, per la tastierista il discorso è totalmente diverso: musicista professionista con alle spalle un curriculum di tutto rispetto come session-woman da studio e musicista live, per esempio con la band di Joe Cocker.

BITTER WINE


L’autoritario manager Richard Perry riesce persino a strappare un contratto discografico, e le ragazze firmano per la Reprise Records, facente parte del gruppo Warner Bros.
Tutto perfetto, quindi? No, proprio per niente. I pregiudizi nei confronti della band crescono invece di diminuire. Oltre alla suddetta provenienza asiatica delle sorelle, l’America dei sixties non è pronta per una band tutta al femminile che per giunta non fa mistero della sua simpatia verso la mentalità “hippie” che sta scandalizzando gli States. Le ragazze vivono tutte assieme in una specie di “comune” improntata, come si direbbe adesso, ad uno stile di vita molto “gender fluid“.

La scarsità dei risultati raggiunti, soprattutto grazie all’aperta ostilità dell’establishment, inaspriscono il clima, le sorelle non vanno più così tanto d’amore e d’accordo e per finire Nickey Barclay abbandona sbattendo la porta.
Si tenta disperatamente di continuare, ma la fine della storia purtroppo è dietro l’angolo.

COME AND HOLD ME


Ho cercato di riassumere la vicenda delle Fanny nella maniera più succinta possibile e spero di aver destato un minimo di interesse verso questa band, che ci ha lasciato 5 album di rock davvero ottimi che senza alcun dubbio valgono la pena di essere riscoperti.


Per chi volesse approfondire, consiglio l’ascolto del cofanetto antologico “First Time In A Long Time” del 2001, e raccomando caldissimamente la visione di “The Right To Rock“, un documentario retrospettivo davvero splendido pubblicato nel 2021, magari integrato dalla lettura dell’intervista al vetriolo con Nickey Barclay (una che davvero non le manda a dire!), coraggiosamente riportata sul sito ufficiale, fannyrocks.com

Max Dellacasa

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